Esperienze ed emozioni delle nostre famiglie affidatarie

LE NOSTRE STORIE

Oliver ha 4 anni ed ha vissuto in una grande casa, una comunità educativa, assieme a tanti altri bambini e una grande famiglia fatta di educatori, che ogni giorno si prendevano cura di loro. Faceva visita al suo papà in carcere una volta al mese. La sua mamma, invece viveva in un paese lontano da tanti anni e Oliver non l’aveva mai conosciuta. Un giorno per Oliver si apre la possibilità di poter vivere in una famiglia affidataria che si sarebbe presa cura di lui. Livia e Daniele si avvicinarono gradualmente alla comunità. 

“Livia e Daniele mi hanno offerto la loro casa, il loro tempo e il loro amore. Sono andato a conoscere la loro casa e ho trovato una stanza con dei giochi e dei dinosauri dipinti sulle pareti. Io adoro i dinosauri, ma ho fatto finta di niente” racconta Oliver.

A distanza di sei mesi Oliver ha scoperto che è bellissimo cucinare insieme a Livia e che Daniele lo incoraggia quando vanno insieme in palestra ad arrampicare. “Se ho paura, Daniele mi stringe forte e mi accoglie con un enorme abbraccio quando scendo dalla parete”, racconta Oliver.

“Abbiamo fatto una foto alla mia camera con i dinosauri e l’ho portata da papà in carcere. Lui ha sorriso e mi ha detto che sono un bambino fortunato ad avere una famiglia affidataria che si sta occupando di me”. Spesso Oliver si sente confuso sul bene che prova per i suoi genitori affidatari e allo stesso tempo per quello che prova per il suo papà. Livia e Daniele hanno tranquillizzato il piccolo dicendogli che è assolutamente normale sentirsi confusi, ma la cosa importante è che lui può voler bene contemporaneamente a tutti loro, senza avere necessità di scegliere.

“Ora so che posso voler bene a tutti senza preoccuparmi. Allora ho deciso che voglio bene a tutti e tre e che la prossima volta porterò a papà uno dei miei muffin speciali!”

Lea ha 5 anni, un papà mai incontrato e una mamma che si è scoperta mamma molto giovane. La rete di questo nucleo era fragile e nessuno è riuscito a sostenere questa giovane mamma nella crescita di una bambina piccola. Così si è spontaneamente rivolta ai servizi sociali per chiedere un supporto che potesse garantirle di cercare un nuovo lavoro. In quel tempo in cui questa mamma era al lavoro qualcuno doveva occuparsi della sua bambina. Ed è proprio in questo momento che avviene l’incontro con Amelia, una donna single che si era candidata per un affido part time. Era proprio l’abbinamento perfetto, tra una persona che aveva quel tempo e quello spazio mentale ed affettivo per potersi occupare di Lea. Amelia e Lea hanno con tanto impegno, costruito un rapporto di fiducia basato sull’ascolto. Da tre anni la piccola sente di avere una figura in più su cui poter contare, che rispetta i suoi silenzi e i momenti in cui vorrebbe tanto conoscere il suo papà. “Non è stato facile inizialmente creare un rapporto di fiducia soprattutto con la mamma” ci racconta Amelia. “Ci sono volute molte discussioni, molte incomprensioni e momenti in cui è stato necessario richiedere una mediazione ai servizi perché la sua mamma capisse che io non ero lì per giudicare la sua genitorialità ma per affiancarla. Ricordarle gli appuntamenti importanti della piccola Lea, aiutarla a scegliere la scuola da frequentare, organizzare una festa di compleanno, portarla dal dentista per la prima volta, chiedere alle sue maestre dei momenti di confronto e prevedere che si avvicinasse ad un’attività sportiva. Con grande impegno e costanza ha capito che l’affetto che la bambina provava nei miei confronti era una ricchezza per entrambe e non toglieva nulla al loro rapporto”.

La storia di saba

Saba era nata in una comunità protetta mamma-bambino. La sua mamma aveva una storia dolorosa alle spalle e pochi strumenti per potere rispondere ai bisogni di quella piccola neonata. Gli educatori della comunità hanno accompagnato passo passo la mamma nei primi mesi di vita della piccola. C’erano giorni in cui la piccola cercava le braccia della sua mamma, ma lei non riusciva a prendersi cura della sua piccola. Saba piano piano smise di piangere e di essere interessata all’ambiente. Era necessario per lei un passaggio in una casa, una situazione che rispondesse il più possibile ai suoi bisogni fisici ed emotivi. E lì l’incontro con una straordinaria famiglia, con due figli di 4 e 7 anni, aveva appena terminato il percorso di conoscenza con il Servizio Affido, desiderosa di aprirsi all’accoglienza. I figli naturali erano felicissimi di incontrare la piccola Saba e le crearono subito un posticino fisico in quella casa, ma soprattutto un posticino emotivo. “Siamo tre fratelli adesso, di cui uno nuovo. Saba prima non piangeva, ora piange sempre” racconta uno dei bambini. Saba ha scoperto la possibilità di esprimere i suoi bisogni, in un contesto che risponde a quei bisogni.

Nel frattempo la sua mamma si sta facendo aiutare e guidare da tanti professionisti e incontra regolarmente la piccola Saba in spazio neutro. La mamma affidataria ha chiesto le foto della bimba da quando è venuta al mondo e ha creato un libricino con tante foto della piccola, un libro della sua storia, in cui i protagonisti sono tanti. C’è la famiglia di origine e la famiglia affidataria che camminano nella stessa direzione e al centro Saba.

“Credo che questa metafora rappresenti il reale significato dell’affido. E finchè ne avrà bisogno, la piccolina, noi la accompagneremo tenendola per la mano”.

La storia di oliver

l’affido part-time di lea

L’accoglienza dei piccolissimi

Claudio e Elisa hanno due figlie di 8 e 12 anni, con le quali hanno deciso di condividere il loro desiderio di accoglienza: “Quando abbiamo iniziato a parlarne con le nostre figlie si sono dimostrate subito molto positive, ora crescendo iniziano a vedere anche le difficoltà, perché come ogni esperienza di amore bellissima, ti richiede di soffrire un po’.

La coppia ha avuto diversi minori in affido, ma soprattutto questa famiglia ha affrontato la sfida dell’accoglienza di due bambine piccolissime, due neonate di 20 giorni. In questi casi si crea un legame di pelle, che si attiva molto velocemente. “Ti trovi a fare la mamma nel modo più naturale, come lo avessi fatto con le tue figlie. La prima bimba è stata con noi 8 mesi, poi è tornata a casa con i suoi genitori e sta benissimo. È stato faticoso per noi quando è andata via, per le nostre bambine e per la bambina stessa e la sua famiglia. Ma ti rimane la certezza di averla accompagnata per un periodo della sua vita e di averla restituita alla sua mamma e al suo papà e questo è molto importante” racconta Elisa e poi prosegue: “È importante guardare quei bambini portando dentro la loro storia, il loro legame e il loro mondo. Siamo molto fortunati perché il rapporto continua con questa famiglia e possiamo continuare a volere bene ai nostri figli in affido. L’affido finisce ma in realtà non finisce mai, nel tuo cuore rimane sempre.”

i primi mesi in famiglia della piccola kyra

“E dopo qualche mese dall’inizio dell’affido, in cui siamo saliti a bordo delle montagne russe, posso dire che ora la sensazione è che i binari tengano”.

la fine di un progetto di affido

Sara e Marco hanno accolto la piccola Asia all’età di 2 anni. Nel frattempo la sua mamma e il suo papà si sono tanto impegnati a riprendersi da un forte momento di crisi che li ha attraversati. La piccola Asia ora ha 5 anni ed è supportata ed accompagnata nella fine del suo percorso di affido. Lei sa che il suo cuore contiene due mondi, due case, due famiglie, due mamme due papà. Sara, nella fatica della separazione dalla piccola Asia, ha compreso di aver “attrezzato” di strumenti lo zainetto della piccola e si prepara fiduciosa al suo ritorno nella famiglia di origine. La mamma di Asia è riconoscente alla famiglia affidataria di essere stata significativa per la bambina. Marco in un colloquio con il Servizio dice: “Essere genitore affidatario ti insegna a fare il tifo per quella famiglia. Non è sempre facile, ma è importante affinchè il bambino senta che questi due mondi non siano in conflitto”.

Una scelta di famiglia

Giulia e Federico sono una coppia navigata e hanno tre figli: 13 anni, 15 anni e 8 anni. Una famiglia unita e felice, ma Giulia, mamma di origine sudamericana, sente che vorrebbe fare qualcosa in più:

“Nella mia cultura è innato il tema dell’accoglienza. Io sono cresciuta in quartiere povero, dove chi aveva qualcosa in più lo metteva a disposizione degli altri. Spesso non guardo la fatica che posso fare, ma il bene che posso fare. Ho contagiato anche mio marito e i miei figli ad avere uno sguardo più aperto agli altri”.

Insieme, genitori e figli, decidono di intraprendere un percorso d’affido e dopo pochi mesi arriva a casa una bambina:

“E’ tua figlia ma non è tua figlia. Per alcune decisioni ti devi confrontare con altre figure, che non sempre sono a disposizione su scelte impellenti che devi prendere. Nella nostra situazione siamo fortunati in quanto abbiamo un buon rapporto con la sua famiglia di origine e riusciamo anche a prendere decisioni insieme”

L’alleanza che si è creata tra la famiglia affidataria e la famiglia di origine è stata fondamentale perché ha aiutato quest’ultima a recuperare risorse da spendere con la propria bambina. La fiducia che si è creata ha fatto sì che la bambina sentisse forte e saldo il contesto di accudimento intorno a lei e il progetto evolverà verso un graduale riavvicinamento della bambina alla sua famiglia di origine.

Rita, una mamma affidataria single

Essere mamma vuol dire avere un figlio nel cuore, dare il mio contributo e aiutare chi ne ha bisogno. Ho accolto parecchi ragazzi in situazioni diverse, anche in supporto ad altre famiglie affidatarie”.

Rita è una mamma affidataria single e si possono ben immaginare le difficoltà che ha avuto nel nostro paese prendendo questa scelta. Ma accettare la complessità per Rita non è solo possibile, ma diventa ancora più importante viverla insieme ai ragazzi e alla rete di famiglie che sono nella stessa situazione e che sostiene moltissimo anche rispetto a questioni burocratiche e pratiche.

“Credo che quando si sceglie di fare la famiglia affidataria non ci devono essere pregiudizi su chi abbiamo di fronte, i ragazzi e soprattutto le loro famiglie. Noi non siamo meglio, siamo solo stati più fortunati.” Certo, la vita quotidiana diventa complicata e ci sono dei momenti in cui le battaglie sono all’ordine del giorno e le fragilità dei ragazzi si fanno sentire… ma questo per Rita è un altro elemento di valore: “alla fine della giornata vien da dire che il viaggio è stato comunque bellissimo e che lo rifaresti, nonostante tutte le difficoltà”.

Sono tanti i ragazzi e famiglie con cui Rita ha mantenuto i rapporti nel tempo, ma anche altri che piano piano si sono affrancati “La bellezza dell’affido è saperli lasciare andare. L’affido non è un’adozione. L’importante è essere consapevoli di averli aiutati a crescere, a camminare con le proprie gambe.”

Rita è cresciuta grazie ai percorsi di affido di cui è stata co-protagonista “sono ogni giorno una donna migliore grazie a questa esperienza. Amare è accettare chi abbiamo di fronte, mettersi dalla parte di chi ci sta davanti”.